in Papà

Quando nasce un papà?!

  • 28 luglio 2017
  • By elise
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Si parla molto spesso di gravidanza e maternità. Due termini, ironia della sorte, femminili. Così come la nascita. Sarà che forse prima di diventare genitori si diventa mamma? O forse no? Sarà che troppo spesso ci dimentichiamo del co-protagonista della storia, sarà che a volte avremmo voluto un attore più preparato. Sarà che a volte abbiamo studiato un altro copione.

 

Sarò anche monotona lo so, ma parlare di maternità è quello che (forse) mi riesce meglio. O quanto meno, che mi riesce con più facilità e leggerezza. Ne parlo spesso e volentieri e soprattutto, con tutti, a volte credo, fino alla noia. Con le amiche neo e future mamme, con la mamma, con mia figlia, con le mie lettrici spesso, con semplici conoscenti, con la suocera, e con chi mamma non lo è affatto. Anche con chi mamma non lo diventerà, per scelta.

Un argomento vasto e allo stesso complesso. Leggo molto di maternità, e ultimamente leggo sempre più, di paternità. Uomini che parlano del diventare famiglia in modo puro e grezzo, molto più facilmente e direttamente di quanto lo facciamo spesso noi donne.

Uomini veri e sinceri, perché “semplici”. Uomini che più che parlare del diventare padri parlano prima del diventare genitori. Insomma uomini che la cantano giusta, senza troppi fronzoli, e giri di parole.

Ed è un argomento che mi sta sempre più a cuore.

Cosa ne pensano loro, della maternità?

Diventare mamma è lungo, complesso. Un processo che matura dentro. No, non per forza all’interno della propria pancia. Mamma si diventa, partendo dalla testa. È proprio lì che tutto inizia. Seguito dal cuore. La pancia è un accessorio. Ingombrante sì. Ma non fa tutto.

E i papà?

Quando un uomo sente e capisce di diventare padre?

Non avrà il pancione (no, quello da birra non conta) ma anche lui avrà testa e cuore. E fin qui potremmo pensare che la gravidanza sia quindi uguale per entrambi. Pochi giorni fa un uomo mi confidò: “voi donne però diventate strane quando aspettate un bambino. Un po’ come se sentiste che il mondo vi giri attorno

Per forza, diventiamo tonde!” risposi.

In realtà non è affatto così. Siamo in una bolla strana. Ovattata e fragile eppure dura da “attraversare”, e da “fare attraversare”.

Quasi ogni donna anche se non lo ammetterà mai, ha scritto il proprio copione della sua imminente o ipotetica (non importa) gravidanza.

Spesso condizionata da film e serie tv (maledetto entertainment americano), immagina sguardi languidi durante l’attesa, fotografie scattate da lui con una polaroid acquistata per l’occasione, diario di bordo da compilare insieme, una scatola dei ricordi magari, da preparare per il bambino.

Immagina serate in cui lui vorrà sentire ogni colpetto, ogni movimento della pancia. In cui, in religioso silenzio, porrà l’orecchio contro quell’ombelico ormai sporgente, volendo catturare ogni minimo segnale, un po’ come lo facevamo noi un tempo, durante la notte di Natale.

La realtà spesso è tutt’altra. Magari si dimenticherà degli appuntamenti per le ecografie. Guarderà quelle immagini in bianco e nero esclamando un “mah… a me sembra tutto uguale… la gente vedrà cose che io non vedo!” (ah no, quest’ultima l’ho detta io…)

Vi guarderà con occhi spalancati piegare e ri-piegare vestitini taglia 49 cm con un unico chiodo fisso: e mo’ dove le metto le maglie da calcio?

Senza voler cadere nel più banale dei cliché (anche perché non si sta mica parlando di legge universale), si dice spesso che un uomo capisce di diventare padre al momento in cui si ritrova un bambino FISICAMENTE tra le braccia (e ancora… mica sempre). Ossia con un ritardo di circa nove mesi rispetto a lei.

Io non credo sia per forza così. Credo invece fortemente che ognuno diventa genitore al proprio ritmo, alla propria maniera. Difficilmente si diventa genitori insieme e allo stesso modo. Credo che le aspettative siano inevitabili, ma andrebbero gestite con più leggerezza.

Credo che bisognerebbe dare un calcio nel didietro a tutti quei sceneggiatori mielosi, e prendere le cose come vengono.

Durante la mia prima gravidanza ho fatto a lui una di quelle domande trabocchetto di cui solo noi donne siamo capaci:

E se quando ci siamo conosciuti ti avessi detto di non volere figli?

Dopo un’accurata riflessione, perché si sa, il tranello è sempre dietro l’angolo, lui mi ha risposto: “mi sarebbe andato bene comunque!

E ovviamente, mi sono incavolata con la solita scusa della risposta sbagliata.

Per me il desiderio di creare una famiglia, in qualsiasi sua forma, sarebbe dovuto essere una condizione sine qua non, almeno per entrambi.

Ho fatto fatica ad accettare che per lui, avrebbe “fatto lo stesso“.

E così durante tutta la gravidanza ho rimproverato lui (spesso in silenzio, quindi peggio ancora), di non essere abbastanza coinvolto, entusiasta, elettrico, partecipe… e tutta una serie di altri aggettivi che non sto qui ad elencare se no stiamo qui fino a domattina (sono pur sempre ora le 00.30 mentre scrivo… sì sì tonde tonde)

Al momento stesso in cui è nata Sophia, lui si è chinato su di me (complice anche la stanchezza eh, erano pur sempre le 02.49 ed eravamo in “ballo” dalle 12.00 intese come MEZZOGIORNO… in sala parto) e ho sentito delle gocce cadermi addosso.

Ma piangi?

Ha risposto si e non.

Ad un certo punto, ho pure temuto fossero gocce di sudore in realtà.

Era la notte tra l’1 e il 2 luglio, il termometro alle stelle, la fatica nell’aver spremuto per ore e ore quel dito malefico su quella bomboletta spray di acqua termale, la sconfitta fresca fresca (o quasi) dell’Italia contro la Spagna, insomma… il sudore, in effetti, ci stava tutto.

Ma credo proprio fossero lacrime.

 

 

 

By elise, 28 luglio 2017
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