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Ammettere di voler altri figli è tabù?

  • 8 Maggio 2021
  • By elise
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Ammettere di voler altri figli è tabù?

Quanti figli è “legittimo” volere? O meglio, qual è il numero di figli socialmente accettabile? In un’epoca in cui, complici media e social, tutti si sentono in dovere di giudicare, è moralmente accettabile ammettere di non sentirsi “ancora completi” nonostante si ha già una famiglia cosiddetta “numerosa”?

Oggi la società si è divisa in due: da un lato il voyeurismo scatenato dai social media in cui si sceglie di mostrare tutto (ma quel tutto è davvero reale o meglio, davvero fedele alla realtà?) e dall’altro l’eccesso di richieste di pudore e politically correct. Semplicemente perché “non va bene”. Non va bene mettere la propria vita in piazza, poco importa se svelarne i contenuti ti fa sentire meglio e aiuta a sfogare le tue emozioni. Tacci i tuoi segreti più sconvenienti, perché ci sarà sempre qualcuno che starà più male di te. E se proprio ti ostini, allora pagane il prezzo. Incassi critiche e accettine la violenza.

Non ho mai avuto tanto riscontro con un mio post quanto con quello “il sesso non conta?” in cui ammettevo, senza filtri, di essere stata perturbata e non poco dalla notizia dell’arrivo di un maschietto.

Una rivelazione scandalosa, troppa. Avessi rivelato di non esser certa del padre, sarebbe stato (forse) meglio accettato. Ho avuto commenti, molti, spesso privati, che mi chiedevano di togliere quel testo che tanto disturbava le menti.

Specialmente per tuo figlio, dicevano.

Bugia a fin di bene o cruda verità?

Io non sono né una donna né una madre perfetta, e nella mia imperfezione cresco i miei figli. Ho pochi valori ma li tengo ben saldi. E non ho la presunzione che siano validi, ma lo sono almeno per me. Uno di questi è la verità. La verità e la trasparenza. Non posso mentire. Non avrei mai saputo mentire a mio marito, per esempio, se mai avessi avuto il minimo dubbio sulla sua paternità (prima che partiate in quarta, è solo un esempio, e in ogni caso la genetica e i tratti fisionomici di ognuno dei figli parlano per sé…). E così, non riesco a farlo con i miei figli. Vivo le bugie come il peggiore dei tradimenti.

Non ho, ne voglio avere, nulla da nascondere e un giorno racconterò a mio figlio con naturalezza della nostra storia, che poi oggi prosegue nel migliore dei modi e avrà, spero, molte altre pagine felici da scrivere.

Accanto però ai tanti giudizi che puntavano sul beneficio di una piccola bugia o che mi accusavano di essere irrispettosa per chi un figlio non lo aveva più o non poteva averlo, tante mamme mi hanno scritto in privato, anche a distanza di mesi e di anni per cercare ascolto, ammettendo timidamente di ritrovarsi tra le mie parole, di averne paura, chiedendomi aiuto.

E per ogni “se ti avessi davanti ti prenderei a sberle”, c’è stata invece tanta solidarietà in quel tabù sollevato malgrado me. Ho cercato di essere la più vera e autentica possibile con queste future mamme, ricordando perfettamente come, allora, mi sentivo io, come ero riuscita a superarlo, cosa mi aveva aiutato e cosa invece no.

I tabù della maternità

La maternità, l’essere genitori è pieno di tabù. Che non finiscono mai. Alcuni più accettati, altri meno. Alcuni sdoganati dai social, oggi tripudio di foto di post-parto terribili. Ma se le mutande di rete calate sulle caviglie di una neomamma che allatta, nuda e vulnerabile, con i capelli sporchi e gli occhi cerchiati pieni di lacrime sul water sono ben più che sdoganate, altre verità, meno evidenti, più sconvenienti, sono ancora difficili da sradicare.

Perché quello che non si dice abbastanza nelle lunghe didascalie strappalacrime sotto quelle foto, è che sì, quel periodo folle e surreale passa. Eccome se passa. E anche se le notti non saranno mai più come prima (inutile illudervi), tornerà la voglia. Tornerà quella voglia.

O meglio, per alcuni potrebbe non tornare mai, e saziarsi con quel pargoletto tra le braccia. Per molti altri invece potrebbe essere un’evidenza.

Ultimo figlio: quando si sa che davvero basta?

Me lo sono sempre chiesta: esiste davvero quel momento in cui senti che sì, davvero, basta così? Davvero è così evidente? Tipo… come quel momento in cui sai che sì, è l’abito giusto con il quale ti sposerai? Oppure ci si abitua, ci si rassegna a chiudere un cerchio un po’ a fatica?

Ieri, durante una delle mie camminate, ho ascoltato un episodio del podcast francese Bliss in cui una donna confidava l’immensa fatica che provava nel dover rinunciare ad un terzo figlio. Un piccolo grande dolore per lei difficile da esternare quando si ha una bella vita, un matrimonio felice e due figli in perfetta salute. Perché sì, quando “si ha tutto” per essere felice non si ha diritto a lamentarsi. Quando non si ha provato certi dolori che oggi, purtroppo provano tante donne, tante coppie, non si è legittimati a raccontare ciò che si prova nel profondo.

La nostalgia del pancione e della gravidanza

Che sia semplicemente anche solo la nostalgia di momenti che non torneranno più. Come il pancione che cresce, l’allattamento, lo spingere una carrozzina, e poi un passeggino. Scoprire di essere incinta con un test di gravidanza, la prima ecografia, l’annuncio ai parenti, la reazione del partner e il parto, dolori compresi.

E poi c’è anche tutto quello che non si ha fatto e che manca alla lista. “Se avessi un altro figlio…”. Se avessi un altro figlio farei tante foto, disegnerei il pancione che cresce su una parete bianca, farei una foto al mese, tutte uguali. Se avessi un altro figlio farei un baby shower, proverei il gender reveal, oppure addirittura vorrei scoprire il sesso alla nascita del bambino. Se avessi un altro figlio lo chiamerei così, oppure cosa. Proverei il parto naturale, il cesareo, il VBAC, il parto in acqua, il parto a casa, mi farei seguire da una doula.

Possibile invece che arrivati ad un certo punto scatta un allarme che ti ricorda tutto ciò che avresti potuto fare, e invece non farai mai? Il tempo è tiranno, dicono, e spesso ti trae in inganno. E i social non aiutano, Instagram in primis che ci schiaffano davanti quelle immagini che avremmo voluto vivere da protagoniste, senza tener conto del fatto che una foto è pur sempre solo una foto.

I social aiutano davvero le neo e future mamme?

Forse potrebbe essere quella la più grande sofferenza del nuovo secolo: la cultura dell’apparenza. Di una vita troppo perfetta o al contrario magnificamente ammaccata, quasi dramaticamente poetica. Ma dietro ogni foto del pancione indovinato in un raggio di luce, dietro ogni scatto di baci e lacrime con un test positivo, dietro ogni nuova nascita, nuova gravidanza, nuova casa, nuovi successi, ci sono donne e uomini come ognuno di noi, con i loro errori e successi, con i traguardi e i relativi pegni pagati.

Non esistono problemi grandi e altri piccoli. Esistono personalità diverse e altrettanti piccoli o grandi sogni infranti.

E questo andrebbe rispettato, sempre.

By elise, 8 Maggio 2021
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